giovedì 18 giugno 2020

Il SURE svelato da Stefano Fassina

Il Sure è un grande bluff. Perché? Perché è ad adesione volontaria e viene avviato soltanto dopo che tutti gli Stati dell’Unione europea hanno aderito. È un prestito, quindi debito pubblico aggiuntivo, da ripagare. Per farlo decollare, ciascuno Stato dell’UE deve apportare garanzie irrevocabili, liquide e immediatamente esigibili affinché la Commissione possa emettere sul mercato i titoli necessari a raccogliere le risorse da prestare agli Stati in difficoltà. L’astuta terminologia “fino a 100” miliardi copre la possibilità di arrivare a un ammontare di risorse disponibili decisamente inferiore, poiché dipendente dalle garanzie volontariamente messe a disposizione da ciascuno degli Stati UE e dai limiti annui di impegno contenuti nelle norme istitutive: per avere a disposizione 100 miliardi da distribuire, sono necessarie garanzie per 25 miliardi, ma il massimo utilizzo complessivo annuo, per tutti gli Stati richiedenti può essere soltanto il 10% delle risorse mobilizzabili dal Fondo. In sintesi, per la fase più acuta della recessione, potremo avere a disposizione, nello scenario ottimale ma altamente improbabile, qualche centinaio di milioni in prestito, sui quali risparmiare qualche milione di spesa per interessi, ma dopo aver impegnato 2 o 3 miliardi in garanzie ‘irrevocabili, liquide e immediatamente esigibili’. Un affarone

venerdì 8 maggio 2020

Il MES "senza condizioni" svelato da Stefano Fassina

La lettera del Commissario europeo Gentiloni e del Vice-Presidente esecutivo Dombrovkis all’Eurogruppo non evita la trappola nel Mes.
Nonostante il giubilo politico e mediatico, la lettera si limita, non potrebbe essere altrimenti, ad indicare gli effetti regolamentari del Rapporto dell’Eurogruppo del 9 Aprile, condiviso e fatto proprio dal successivo Consiglio europeo del 23 scorso. Nella lettera, viene specificato che, durante un ambito temporale decisamente ambiguo (“under the circumstances of the Covid-19”), non si attiva il comma 7 dell’art 3, del Regolamento 472/2013, cosi come non si attiva l’art 7 del medesimo regolamento, entrambi relativi ad un “programma di aggiustamento macroeconomico”.
Non è una novità. E’ la conseguenza logica dell’assenza di condizionalità all’accesso alla speciale linea di credito definita in relazione al Covid-19. Ma il no al Mes non è stato e non è motivato con le condizionalità e il Memorandum da sottoscrivere all’accesso della Pandemic Crisis Support (PCS).
Il no al Mes è stato motivato e continua ad esserlo in riferimento a quanto avviene dopo l’accesso al Mes. In particolare, in relazione alle conseguenze della valutazione di solvibilità del debitore prevista e non sospesa nel Mes.
Qui è il nodo: non a caso, la lettera di Gentiloni e Dombrovskis non disattiva, non può farlo in quanto è normativa corrispondente a quella del Mes, l’art 6 del Regolamento 472/2013 nel quale è prescritta la valutazione della sostenibilità del debito pubblico: “Qualora uno Stato membro richieda l’assistenza finanziaria del MESF, del MES o del FESF, la Commissione valuta, d’intesa con la BCE e, ove possibile, con l'FMI, la sostenibilità del debito pubblico di detto Stato membro e le sue necessità di finanzia mento effettive o potenziali.
Conseguentemente, la lettera non disattiva neanche i commi 1, 5 e 6 dell’Art. 3 dello stesso Regolamento. Il primo comma di tale articolo è inequivocabile: “Uno Stato membro soggetto a sorveglianza rafforzata (istituto confermato nella lettera dei due Commissari anche per il PCS) adotta, previa consultazione e in collaborazione con la Commissione e d'intesa con la BCE, le AEV, il CERS ed eventualmente l'FMI, misure atte a eliminare le cause, o le cause potenziali, di difficoltà.”
In sintesi, il programma di aggiustamento macroeconomico e il connesso Memorandum arrivano una volta dentro il Mes per uno Stato membro avviato a superare, nel 2020, il 160% nel Rapporto tra debito pubblico e PIL.
Quindi, le ragioni del No al Mes rimangono tutte, anzi si rafforzano dopo la sentenza della Corte Costituzionale tedesca sul Quantitative easing.
Invece di tentare, invano, di arginare gli effetti del Mes o insistere su strumenti sostanzialmente irrilevanti come il Sure o il lontano Recovery Fund, il Governo italiano, insieme agli alti governi firmatari della lettera del al Presidente del Consiglio europeo, dovrebbe combattere per difendere e rafforzare la funzione della Bce, l’unico strumento che davvero può salvare l’eurozona e l’Italia, non a caso attaccato a colpi di bazooka dall’avamposto di Karlsruhe. Senza adeguati interventi della Bce, inclusa sterilizzazione dello stock di debito pubblico acquistata dalle Banche Centrali nazionali, la strada da intraprendere è quella del “divorzio amichevole” invocato saggiamente da Stiglitz..

domenica 23 giugno 2019

Debito pubblico italiano ma quanto ci costi?

Il dato più recente, riferito ad aprile 2019, ci indica che il debito pubblico dell'Italia ammonta a 2.373.315 milioni di euro
La vita media di questo debito (la scadenza media) è di 6,82 anni, cioé arrotondato all'unità 7 anni.
Se guardiamo al rendimento  recente dei titoli di stato vediamo che quelli a 7 anni ne danno uno lordo su base annua del 1,641%.
Se lo Stato emettesse attualmente titoli sul mercato con durata sette anni per un importo equivalente al suo debito (non modificando quindi in sostanza la situazione debitoria)   avrebbe un costo annuo per interessi di
2.373.315 : 100 X 1,641 = 38.946 milioni di euro.
Dobbiamo poi tenere conto del fatto che, essendo circa il 20% dei titoli di Stato italiani detenuti dalla Banca d'Italia - BCE, che restituisce per legge gli interessi incassati sugli stessi allo Stato, il costo effettivo in realtà dovrebbe essere del 20% in meno di 38.946 milioni, cioé circa 31.157 milioni di euro.
Se però andiamo a vedere il Bilancio di Previsione 2019 dell'Italia vediamo che alla voce interessi è prevista una spesa di 78.898 milioni di euro, che è più del doppio di quella sopra indicata.
Nonostante lo spread alto, infatti,  il Tesoro continua a rifinanziarsi a costi più bassi rispetto a quelli sostenuti sui bond che arrivano a scadenza e che sono stati emessi quando i rendimenti di mercato erano ben più alti, come dimostra il grafico dell'andamento dei rendimenti dei Bond Italia a 7 anni. 







http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/debito_pubblico/bollettino_trimestrale/Bollettino_trimestrale_-_1x_trimestre_2019.pdf







https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/finanza-pubblica/2019-finanza-pubblica/statistiche_FPI_20190617.pdf