La
lettera del Commissario europeo Gentiloni e del Vice-Presidente
esecutivo Dombrovkis all’Eurogruppo non evita la trappola nel Mes.
Nonostante
il giubilo politico e mediatico, la lettera si limita, non potrebbe
essere altrimenti, ad indicare gli effetti regolamentari del Rapporto
dell’Eurogruppo del 9 Aprile, condiviso e fatto proprio dal
successivo Consiglio europeo del 23 scorso. Nella lettera, viene
specificato che, durante un ambito temporale decisamente ambiguo
(“under the circumstances of the Covid-19”), non si attiva il
comma 7 dell’art 3, del Regolamento 472/2013, cosi come non si
attiva l’art 7 del medesimo regolamento, entrambi relativi ad un
“programma di aggiustamento macroeconomico”.
Non
è una novità. E’ la conseguenza logica dell’assenza di
condizionalità all’accesso alla speciale linea di credito definita
in relazione al Covid-19. Ma il no al Mes non è stato e non è
motivato con le condizionalità e il Memorandum da sottoscrivere
all’accesso della Pandemic Crisis Support (PCS).
Il
no al Mes è stato motivato e continua ad esserlo in riferimento a
quanto avviene dopo l’accesso al Mes.
In particolare, in relazione alle conseguenze della valutazione
di solvibilità del debitore prevista e non sospesa nel Mes.
Qui
è il nodo: non a caso, la lettera di Gentiloni e Dombrovskis non
disattiva, non può farlo in quanto è normativa corrispondente a
quella del Mes, l’art 6 del Regolamento 472/2013 nel quale è
prescritta la valutazione della sostenibilità del debito pubblico:
“Qualora
uno Stato membro richieda l’assistenza finanziaria del MESF, del
MES o del FESF, la Commissione valuta, d’intesa con la BCE e, ove
possibile, con l'FMI, la sostenibilità del debito pubblico di detto
Stato membro e le sue necessità di finanzia mento effettive o
potenziali.”
Conseguentemente,
la lettera non disattiva neanche i commi 1, 5 e 6 dell’Art. 3 dello
stesso Regolamento. Il primo comma di tale articolo è
inequivocabile: “Uno Stato membro soggetto
a sorveglianza rafforzata
(istituto confermato nella lettera dei due Commissari anche per il
PCS) adotta,
previa consultazione e in collaborazione con la Commissione e
d'intesa con la BCE, le AEV, il CERS ed eventualmente l'FMI, misure
atte a eliminare le cause, o le cause potenziali, di difficoltà.”
In
sintesi, il
programma di aggiustamento macroeconomico e il connesso Memorandum
arrivano una volta dentro il Mes per uno Stato membro avviato a
superare, nel 2020, il 160% nel Rapporto tra debito pubblico e PIL.
Quindi,
le ragioni del No al Mes rimangono tutte, anzi si rafforzano dopo la
sentenza della Corte Costituzionale tedesca sul Quantitative easing.
Invece
di tentare, invano, di arginare gli effetti del Mes o insistere su
strumenti sostanzialmente irrilevanti come il Sure o il lontano
Recovery Fund, il
Governo italiano,
insieme agli alti governi firmatari della lettera del al Presidente
del Consiglio europeo, dovrebbe
combattere per difendere e rafforzare la funzione della Bce,
l’unico strumento che davvero può salvare l’eurozona e l’Italia,
non a caso attaccato a colpi di bazooka dall’avamposto di
Karlsruhe. Senza adeguati interventi della Bce, inclusa
sterilizzazione dello stock di debito pubblico acquistata dalle
Banche Centrali nazionali, la
strada da intraprendere è quella del “divorzio amichevole”
invocato saggiamente da Stiglitz..
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